Sursum corda
#25. La curiosa e stravagante cugina della giraffa.
Aprile è volato. Il tempo fuori, dico, rispetto a me che sono ancorata al divano. Poi alla scrivania e poi al letto.
Guarda quanta energia in movimento! Me l’ha detto papà la scorsa settimana, il giorno del suo settantacinquesimo compleanno. Si è affacciato al vetro della finestra, roteando la mano destra in direzione del giardino. È normale sentirsi spossati quando tutto intorno a te sta esplodendo.
Ho sempre creduto alle parole di papà, anche quando non avrei dovuto. Niente di cui preoccuparsi quindi, se trovo poca soddisfazione, motivazione, reazione. È la Natura che mi sta succhiando la linfa, la mia. Ne ha bisogno per poter sbocciare di nuovo, lo stesso tempo operoso e generativo delle api e delle formiche. A me lascia quello vuoto e impastato del risveglio dopo il letargo dell’inverno. Ma quanto dura?
Ce la posso fare.
Non sempre possiamo scegliere le avventure per le quali siamo fatti.
Quel che si vede da qui
L’ultima specie animale scoperta dall’uomo è una cugina piuttosto stravagante della giraffa: ha il ventre di un bue e si veste da zebra. Okapi, si chiama e vive in Congo, soltanto lì.
Se ti appare in sogno, nell’arco di ventiquattr’ore qualcuno muore. È sicuro. Lo sa bene la nonna Selma e lo sanno tutti in paese, non c’è da scherzare. In quel tempo di attesa, la vita che rimane, che ancora si vede, continua a fare il suo: scorre, attimo dopo attimo, battito dopo battito, squillo dopo squillo.
Le persone si allontanano e poi si cercano. Si danno spiegazioni, condividono colpe e silenzi. Sognano, appunto, ma nessuno ancora muore. Cercano il senso delle cose, delle voci che sentono, delle bugie e delle verità. Curiosano, qualche volta si pentono. Amano, quando non alzano le mani.
Questo romanzo, Quel che si vede da qui, mi è stato consigliato da Lucia, a mia insegnante di scrittura creativa. Sulla copertina è indicata questa promessa (più che premessa): uno di quei libri che può renderti felice.
Ci ho creduto e non me ne sono pentita.
Una lettura di cui senti subito la mancanza: all’ultima riga evapora la certezza di chi tu sia e sia stata in tutto questo tempo. Le storie che si intrecciano hanno tutte qualcosa di te, le persone che le vivono, anche le più lontane, hanno tutte qualcosa di te. Non puoi fare a meno di ritrovarti, rispecchiata, nell’ottico, nel buddista, in Selma, in Luise. In Martin, una forza della natura.
La scrittura di Mariana Leky è una spintarella leggera che nemmeno percepisci ma che ti fa oscillare di quel poco, in disequilibrio, per muovere un passo dopo l’altro. Nel tono e nel linguaggio cresci, nell’evolversi del conflitto maturi e nella segreteria telefonica gracchiante e piena la tua curiosità si fa coraggio.
E ti senti invincibile come un okapi.
Il citofono suonò di nuovo.
”E adesso cosa devo fare?” chiesi e Selma rispose: “Aprire, Luise”.
Ci vuole cuore
Per scegliere la propria avventura, come agire e quando, c’è chi si affida alla razionale logica del pensiero e chi, invece, si lascia condurre dal proprio istinto, dal curioso sentire interiore. Ragione o sentimento, ci si potrebbe passare le ore.
Eppure, non c’è azione, evoluzione, movimento senza coraggio né coraggio senza curiosità. E, aggiungo, entrambi non potrebbero resistere agli urti della vita senza le adeguate cure.
Coraggio, cura e curiosità hanno la stessa radice etimologica nel latino cor, il cuore: ce lo mettono per guardare le cose, con molta attenzione, fiducia e sollecitudine. Per il bisogno di scoprire, di sapere, senza lasciarsi vincere dalla paura dell’ignoto. Ecco perché, per esplodere come fa il tutto intorno a noi e rinascere ciclicamente anche dopo il più buio degli inverni, ci vuole cuore, in tutti i suoi significati
(oltre ad un fisico bestiale).
L’esercizio di scrittura che ti lascio è di aprire la porta a cui hanno suonato o la finestra da cui stai ammirando il giardino fuori: che cosa entra? Quale e quanto spazio concedi alla curiosità, al coraggio, alla paura? A chi offri un posto a tavola, la poltrona in ecopelle, chi resta in piedi o fuori ad aspettare che ti passi?
Pensa al momento della vita in cui ti trovi e dialoga con le parti di te che osservano, curiose, chi stai diventando.
Cosa chiederesti loro? Cosa ti risponderebbero?
3 coraggiose tips di scrittura digitale
Molte persone con cui lavoro mi chiedono come si costruisce e si mantiene la propria voce, cioè il registro di scrittura con cui comunicare in modo aderente, concreto e autentico.
La risposta io mica la so per certo, questa è la verità. Ma di sicuro so quello che faccio: per costruire il tuo tono di voce, bé, devi averne uno. E possibilmente, ascoltarlo.
Quali sono le tue opinioni: condividere il tuo punto di vista, dire come la pensi (in modo rispettoso e gentile) può aiutare le persone a individuare la tua voce e consolidarla su un argomento specifico. Questo presuppone però che tu abbia, appunto, un’opinione. E se ancora non ce l’hai, non arrampicarti chissà dove: è giusto che tu non ce l’abbia per qualsiasi cosa ed è altrettanto corretto, se proprio ti senti in dovere, ammettere di non averla.
Le frasi cliché ti nascondono: le coppie collaudate di soggetto-aggettivo o di aggettivo-aggettivo, le ridondanze e i quantunquemente messi a caso non sono forme espressive per esseri coraggiosi. Di te non dicono niente, sono impersonali e dimostrano poca cura per le persone scelgono di leggerti. I cliché linguistici nascondono la tua voce come la suorina Maria Roberta nel coro di Sister Act 1. Nella tua comunicazione sii Deloris Van Cartier.
Curiosità e buon gusto: mi ripeto, mi perdonerai. Chi ha una voce è una persona curiosa. Punto. Allenare la propria curiosità e accrescere il proprio buon gusto fa dire “le stesse cose” in modo unico, diverso, fuori dal coro (un’altra volta). Più cerchi e osservi cosa c’è al di fuori di te (digital incluso) più affini il tuo sguardo “al bello”, anche nelle parole, anche nei gesti, anche nei modi.
Scrivere di te, comunicare quello che fai e come, condividere cosa pensi e senti - azzardo - quanto vali… altro che coraggio! È una piccola impresa da progettare, per ogni post o articolo, che il canale della scrittura sia il tuo favorito o meno.
Quindi, in alto i cuori!
Una cosa bella a cui sto (stiamo) lavorando
Te lo dico sul finale, come titolo di coda, che coda non è.
Sto progettando un laboratorio online molto coraggioso e curioso con una donna bellissima, di cui ho molta stima e anche molta cura: Valentina Fantuzzi (trovi proprio qui la sua Pausa tra le righe).
È un progetto che avrà a che fare con la lettura di albi illustrati - più che leggerli, si rileggono, si rivivono, ci rispecchiano - e la scrittura di sé. Il tema sarà il cambiamento, la tua trasformazione. Con tutto il malloppo che questo passaggio comporta. Sarà uno spazio condiviso con altre persone, ma allo stesso tempo dedicato a te, in cui ripensarti, aprirti o chiuderti, viverti.
E dirti che sarai un successo, ovunque vada.
Se sei curiosa e curioso di sapere di che progetto si tratta, come aderire, cosa serve e quando (insomma, tutte cose):
sarei felicissima di farti entrare e conoscerci.
Mi accorsi che io fino a quel momento non avevo ancora scelto nulla, che le cose mi erano capitate e basta, mi accorsi che non avevo mai detto davvero “sì” a niente, semplicemente non avevo detto “no”.
Sono Chiara Foffano, digital storyteller e copywriter freelance.
Mi occupo di comunicazione, di parole e significati, di sfumature e visioni.
Sono una RebelHands ed è una delle mie più grandi fortune!
Con la mia amica e collega Ariele Pirona ho pubblicato Diario di scrittura e riflessioni creative e Il potere curativo delle liste. Ti saranno utili per sperimentare possibili situazioni, descrivere sentimenti e finali, elencare nuove versioni di te.
Ti piacerebbe lavorare con me alla tua scrittura? Prenota la nostra prima video-call insieme e raccontami il tuo progetto: conoscerci sarà super interessante!







